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ott 20

Agricoltori bio: ‘piccoli, poveri, ma belli’

“Diciamo no all’approccio Slow food, troppo vicino ai centri di potere”

Maurizio Mazzariol, produttore bio

Maurizio Mazzariol, produttore bio

Non è il mondo di Petrini e Slow food, tutto etichette, libri, pubblicità, e forte appeal coi principali media. C’è una cultura ‘biologica’, nata oltre 20 anni fa, che ci tiene a non contaminarsi e a preservare il suo carattere naif.
“Senza slogan”, spiega Maurizio, due lauree e qualche ettari di terreno a San Casciano Val di Pesa (Firenze).
Ha i tratti del ‘campesinos evoluto’. E’ da sempre un agricoltore bio, nel senso che non utilizza diserbanti e produce in modo naturale. Contro l’agroindustria e fautore di un modello “alternativo”, naturale e dal basso. Dagli ortaggi agli allevamenti, dall’olio ai cereali, passando per frutta e marmellate. Un settore in forte crescita, quello bio, un po’ in tutta Italia.
E in Toscana, in proporzione, lo è ancora di più. Ma non mancano le contraddizioni. A partire dai numeri.
“In Toscana i dati ufficiali parlano di 3800 aziende certificate bio, ma in realtà sono molte di meno”. Tradotto, vuol dire che nel calcolo complessivo, entrano pure i “trasformatori e gli importatori”.
“Se io vado al frantoio – chiarisce Maurizo – vengo contato due volte. Una volta come produttore di olive bio, e un’altra come trasformatore”. I numeri quindi sono “gonfiati” e e il segmento sta vivendo la sua prima “inflazione”. Inoltre, sempre in Toscana, da un lato “è diminuita del 5%” la superficie coltivata con metodi bio, dall’altro sono “aumentate” le aziende e la produzione.
“E allora da quali terreni arriva tutta ‘sto bio?”, si chiede Maurizio.
C’è un po’ di confusione bio, in sintesi. Poi, altra piaga, “l’impossibilità” di accedere ai fondi europei. “In Toscana bisogna superare i 13mila euro di reddito, ma la sensazione – attacca Maurizio – è che la misura sia tarata per agevolare sempre i soliti”. Un mondo che arranca, il bio dei piccoli numeri.
“Poi abbiamo problemi di accesso al mercato. Mancano gli spazi, i mercatini, le piazze. E le amministrazioni non ci aiutano”.
I prodotti costano di più di quelli convenzionali e far comprendere ai consumatori “la cultura bio” e il perché di un “costo superiore da pagare” è l’altra grande sfida.
Una sfida “culturale” difficile da combattere. Insomma: piccoli, bio e con poco mercato.
“Preferiamo comunque rimanere fuori dai grandi brand come Slow food perché ripudiamo questo approccio tutto basato sull’immagine e sulla eccessiva vicinanza ai centri di potere”.
Piccoli, poveri, ma belli. E’ l’agricoltura bio fai da te. Con tutti i suoi limiti. Ma con la sua poesia.

Eugenio Bonanata

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