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ott 25

I mercatini bio come antidoto alla ‘alienante’ vetrina Expo

“Siamo giovani, produttori, e coltiviamo prima di tutto il rispetto del terreno”

12183980_1227481757267782_209943009267270721_oPomodori, noci, patate, peperoncini. Piccoli appezzamenti per tanti associati. E’ il modello di produzione sociale a cui aderisce Ettore e con lui altri giovani agricoltori di Ancona e dintorni.
Tutti rigorosamente giovani; in media non superano i 30 anni di età. Li abbiamo incontrati alla mostra mercato Fa’ la cosa giusta’ di Trento.
Ettore è fiero, sorridente, e voglioso di metterci tutto se stesso in questa nuova esperienza. Attraverso la storia e i metodi di lavoro della sua associazione si accede dentro un universo in espansione, che ha preso piede soprattutto al centro nord della penisola già da un po’ di anni.
E’ un universo fatto di codici e simboli che si esplorano con i sensi. A partire dagli assaggini sotto gli stand.
Alla base c’è la vendita “diretta”. Piccoli mercatini bio che cercano di imporsi contro il modello “alienante”della vetrina Expo. “Nell’Expo non c’è il lavoro di chi produce né in Italia né nel resto del mondo – suggerisce Ettore – C’è solo la dipendenza da un modello meccanicistico, internazionale; di omogeinizzazione alimentare”. Un meccanismo in cui il profitto è di pochi e non c’è redistribuzione e soddisfazione per chi produce.
Ettore e tanti come lui che affollano i mercatini italiani bio la pensano in modo diverso.
Partendo dal modo in cui si dedicano alla terra.
“La nostra è un’agricoltura organica e rigenerativa che nasce in Sud America – spiega – prendiamo in modo autonomo le sementi da diverse parti del mondo e le piantiamo nelle Marche”.
La loro filosofia produttiva parte dal “rispetto per il terreno” evitando di utilizzare concimi chimici. E’ questo il valore aggiunto. Non è solo un principio “gastronomico” ma è una cultura del cibo che diventa benessere. Che diventa “antiossidante”.
Ettore e i suoi, di domenica in domenica girano i mercatini italiani e notano “un crescente interesse” da parte dei cittadini verso questa nuova sensibilità nel produrre cibo.
I numeri per ciascun produttore non sono grandi. Ma il numero dei produttori associati sta crescendo a macchia d’olio. Dalle Marche alla Toscana, passando per il Triveneto, Lombardia e Trentino.
“Dobbiamo combattere il modello commerciale dominante”, sottolinea Ettore, che punta l’indice contro un “neocolonialismo” esercitato dalle multinazionali della filiera alimentare. Un vero “nemico” contro cui contrapporre modelli dal basso.
Ciò che emerge da queste piccole e “naturali” produzioni, è il tentativo di resistere ad un mercato globale che ha completamente rimosso i produttori.
Con il trattato transnazionale Ttip che incombe come uno spauracchio su tutti noi, la sfida è lanciata. Quale sarà l’esito di questa battaglia culturale è invece una pagina ancora tutta da esplorare.

Eugenio Bonanata

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