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ott 26

Se ad Heraclea tagliare un ulivo poteva portare alla condanna a morte, quale sarà la pena per noi?

“Se ad Heraclea tagliare un ulivo nell’area sacra poteva portare alla condanna a morte, quale sarà la pena per noi?”. Lo chiederò mercoledì prossimo agli agricoltori toscani, quando li incontrerò nella tappa della Marcia del Riscatto nella loro Regione.

raccolta_olive_in_magnagreciaSiamo in Marcia ormai da un mese per attraversare i tanti mondi rurali di cui è fatta la penisola in cui viviamo, chiamando alla mobilitazione e ad alzare la testa. La Marcia è un lungo cammino di 7.000 km fra le tante diverse Italie rurali, dei suoi problemi e delle sue culture. Un cammino fatto alla ricerca del filo che le lega cercando di “camminare domandando” come ho imparato a fare dai contadini di altre parti del mondo  in marcia permanente per difendere e salvare la loro identità sociale, culturale e il loro diritto a lavorare la terra senza esserne espropriati.

Mentre con i miei compagni di avventura (quelli sul Camper della Marcia ma anche i tanti che ci stanno supportando) compio il cammino, mi arrivano le immagini dei blocchi stradali delle donne e degli uomini in Salento per difendere gli ulivi. MI arrivano le loro voci, i loro documenti, il loro scatto di indignazione, la loro accorata difesa della loro terra, delle proprie radici, delle ragioni della propria economia ma, anche, della vita stessa di esseri viventi come sono gli ulivi maestosi nella loro sacralità. 

E allora penso al punto in cui sono partito per salire sul Camper della Marcia, al luogo dove io vivo, dove sta la mia famiglia: Policoro sorge fra i fiumi Agri e Sinni della Piana di Metaponto, oggi ha circa 15.000 abitanti nel mezzo di un’agricoltura intensiva, di forte sfruttamento, spesso pensata come reparto all’aperto della produzione industriale; uno dei tanti esempi di territori agrari italiani trasformati in aree di grande specializzazione con la promessa di garantire maggior reddito agli investimenti ma diventate in realtà occasione di lauto guadagno per la commercializzazione e di crisi economica e indebitamento per gli agricoltori ridotti a “lavoratori per conto”.

E ripenso a quello che 2.500 anni fa era la mia terra. Policoro sorge sui resti di Heraclea, una città Magno-greca. Stimano gli storici che Heraclea abbia avuto anche 20.000 abitanti, la metà dei quali distribuiti nella campagne fertilissime che i coloni bonificarono e che consentì loro lunghi secoli di ricchezza e prosperità. Qui, a poca distanza da dove Pitagora aveva la sua scuola nella vicina città Magno-greca di Metaponto, la comunità dei coloni si diede leggi e norme che le permisero di distribuire le terre bonificate (ben prima della Riforma Fondiaria del secolo scorso) e di gestirle come il più grande bene a disposizione del suo sviluppo.

Fra le leggi che si diede ve ne era una: il divieto di tagliare gli olivi senza l’autorizzazione dell’assemblea della città e degli organismi che si era data; divieto corredato di pene severe che potevano arrivare anche alla morte per chi le trasgrediva. L’ulivo era un una pianta sacra e, naturalmente, la sua sacralità era certamente funzione dell’importanza sociale ed economica che aveva la sua coltivazione per fornire cibo e olio per la propria gente ma, anche, come grande valore  negli scambi commerciali.

Oggi che l’olio made in Italy si può fare con le olive che arrivano tranquillamente da ovunque (sorvoliamo sulla qualità di cosa entra nella sua produzione ma consideriamo solo il fatto che il made in Italy non sono le olive ma l’olio) cosa volete che siano qualche migliaia di alberi abbattuti?

Del resto, il problema non riguarda solo gli ulivi: ogni volta che si è prodotto (o si suppone si sia prodotto) un problema sanitario e di possibile sicurezza, il sistema reagisce con la stessa logica. Prima degli ulivi sono state compiute stragi di bufale, di ovini e di altri animali per “riparare ai danni” del sistema agroindustriale senza mai chiedersi in realtà quanto questi problemi siano figli dell’abbandono di pratiche di coltivazione e allevamento rispettose del territorio e dei cicli naturali degli animali e dei vegetali.

“E’ il mercato, bellezza!”; potrei chiudere cosi questa piccola riflessione ma sono in marcia, stiamo provando a interrogare e chiedere uno scatto di dignità e orgoglio di chi lavora la terra e ne ha a cuore le sorti.

E, allora, la domanda la girerò mercoledi prossimo a Campi Bisenzio nell’incontro previsto con gli agricoltori toscani per la tappa della Marcia nella loro Regione. Lo chiederò a loro, in Toscana, perchè la Toscana è la Regione d’Europa che più esporta Olio Extra Vergine d’Oliva ma è, anche, la Regione che più importa olive con cui, al netto delle truffe, si continua a fare l’olio d’oliva.

Lo chiederò a loro perché in quella terra, la Toscana, conosco il valore delle tante realtà agricole e contadine che cercano di costruire buone pratiche e contrastano il predominio dell’agroindustria e della speculazione commerciale del Made in Italy. Lo chiederò a loro ponendo questa domanda: “Se ad Heraclea tagliare un ulivo poteva comportare la pena di morte, quale sarà la pena per noi se non avremo saputo difenderli”.

Lo chiederò  perchè siamo entrati in Marcia non solo per capire ma anche con qualche idea; fra queste una: i problemi dell’agricoltura non li risolvono da soli gli agricoltori e, meno che mai, si affrontano con le separatezze e le divisioni.

La battaglia per difendere gli ulivi del Salento non si vince in Salento, si può vincere se diventa una battaglia nazionale e se mettiamo in discussione questo drammatico sistema di produzione del cibo ipocrita e demagogico utile alla speculazione. Ed è una battaglia che conviene fare, utile a tutti noi e utile a quanti, in toscana come in Puglia o in Veneto, hanno oggi voglia di mettere insieme le forze, costituirsi in coalizione e cambiare i rapporti di forza con il potere che ti impone prima l’olio senza olive italiane e poi ti taglia le piante “colpevoli di essere ammalate”.

Sarà interessante capire dai Toscani cosa ne pensano, se sono pronti e  capire se la Marcia e il nostro sforzo avrà contribuito a mettere insieme quello che oggi e diviso. Allora, forse, potremo mettere sul banco degli imputati non gli ulivi ma i gestori di questo mercato che ovunque produce crisi economica, sociale, ambientale e di democrazia.

E allora la pena non la chiederemo per noi che non avremo saputo tutelare la nostra terra ma la domanda potrà essere: “Se ad Heraclea, tagliare un ulivo poteva portare alla pena di morte, quale è la giusta pena  per chi fa scempio di ulivi nel Salento e, in nome del suo mercato, delle tante aree rurali del Paese?”

Gianni Fabbris

 

 

1 comment

  1. Alfonso D'Alessandro

    Solo uniti si vince!

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